La narrazione migrante: una nuova rubrica

novembre 9, 2012 § Lascia un commento

 mihai mircea butcovan, l’Osservatore Romeno

Una nuova rubrica su scritture migranti e su quella che viene definita “letteratura della migrazione” può risultare, di questi tempi, superflua e rischia di replicare cose già dette e scritte. E poi, su questo argomento, quando si fanno i nomi si innescano, involontariamente, dibattiti e polemiche. Come evitare di irritare, in un editoriale, gli esclusi o i loro fans?

Avevo venticinque anni d’età e quattro di permanenza in Italia. Squattrinato, autoproclamato Osservatore Romeno, mi aggiravo per biblioteche e librerie. Nelle prime prendevo libri in prestito, nelle seconde leggevo quarte di copertina. Ma poi compravo sempre al libraccio: libri usati e libri quasi nuovi, rimessi in circolo dai lettori. Mi sono imbattuto così, un giorno, in un piccolo volume che mi avrebbe aperto un’affascinante finestra sulla produzione culturale e artistica italiana di quegli anni. Goffredo Fofi, con piglio stimolante e provocatorio, passava in rassegna, nel suo Prima il pane (edizioni e/o, 1990), lo stato dell’arte di cinema, teatro, letteratura fumetto e altro nella cultura italiana tra anni Ottanta e Novanta.

L’ultimo capitolo, intitolato “Un muro italiano”, segnalava un paio di “vere novità” e tra queste «[…]quella del romanzo che è già d’uso chiamare “etnico”, che fa perno sull’incontro o scontro tra culture, sul radicamento del fenomeno multi-razziale in Europa, sull’arrivo e insediamento di comunità, come si dice, extra-comunitarie”».

Precisava l’autore: «Non è letteratura degli o sugli “accolti” in un paese forte; è letteratura di un mondo diventato velocissimamente “villaggio globale”, delle mescolanze e confronti e convivenze ormai non isolabili, una realtà che costringerà sempre più i migliori e più svegli a vivere e pensare in modo diverso, abituandosi alle diversità dentro le “comuni diversità”».

Fofi concludeva capitolo e libro con una domanda: «L’Italia fa una gran fatica a sentirsi parte del mondo, e perfino dell’Europa. Il nostro muro, quando lo abbattiamo?».

Un paio d’anni fa si celebravano, con convegni ed eventi non privi di qualche retorica, “vent’anni della letteratura della migrazione in Italia” oppure “vent’anni di scritture della migrazione”.

Due decenni di pubblicazioni di libri scritti da autori immigrati d’Italia che hanno generato dibattiti, convegni, seminari, incontri pubblici, laboratori interculturali nelle scuole di ogni ordine e grado.

Tutto questo è accaduto in un ventennio che ha visto il progressivo deterioramento della scuola pubblica, fino ai tagli sciagurati dei nostri giorni. Il più grande autogol che uno stato possa farsi: il disinvestimento nell’istruzione delle future generazioni.

Sono passati oltre quarant’anni dal monito dei primi scrittori migranti d’Italia, quegli otto ragazzi italo-italiani della scuola di Barbiana che scrissero una – troppo spesso dimenticata – Lettera a una professoressa, libro scritto «non per gli insegnanti ma per i genitori». Era, e i ragazzi lo dissero in modo esplicito nell’incipit, «un invito per organizzarsi». Invito non raccolto o poco accolto dalle successive generazioni di operatori culturali e politici.

Si leggeva già allora, a pagina 80: «In Africa, in Asia, nell’America latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano d’essere fatti uguali. Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell’umanità».

Alcuni di quei milioni di ragazzi oggi scrivono e pubblicano libri in Italia. Il dibattito sulla qualità e sull’apporto di questi alla letteratura italiana è ancora aperto e talvolta acceso. Ma risulta innegabile che le narrazioni migranti e le migrazioni narrate abbiano stimolato e sollecitato quella letteratura italiana contemporanea che Fofi definiva «nelle punte più alte tardo-espressionistico-narcisista, nelle medie nostalgica o consolatoria, nelle basse, e nella quasi totalità dei più giovani, da “telefoni bianchi”».

Non sono poi così lontani i tempi in cui Carmine Abate, ultimo vincitore del premio Campiello, era considerato uno scrittore “migrante” o “della migrazione”, facente parte di una nicchia denominata “letteratura della migrazione”.

Nei suoi libri non ha raccontato soltanto l’emigrazione ma anche l’amore, il mistero, la morte, le ingiustizie sociali, il Sud, il Nord, le minoranze, la famiglia, le lingue, i dialetti. E non c’era bisogno di attendere l’ultimo bel libro La collina del vento per accorgersene.

Vuol dire che almeno parte del muro denunciato da Fofi è stato sgretolato.

Attraverso questa nuova rubrica vorremmo curiosare, con l’aiuto di scrittori, lettori, editori, studiosi, insegnati e studenti, librai e animatori culturali in questo ultraventennale movimento di scritture e narrazioni.

Particolare interesse sarà riservato a quanto le cosiddette scritture migranti hanno regalato alla scuola italiana di ieri e di oggi.

Non vogliamo intasare il già denso dibattito sull’argomento ma soltanto aggiungere un piccolo e modesto contributo ad una riflessione che non potrà arrestarsi. Perché i migranti di ieri e di oggi continueranno a raccontare. E perché, lo si voglia o no, le loro storie – in questo sempre più grande ma sempre più stretto “villaggio globale” – ci riguardano.

 

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